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Il senso della giustizia Considerazioni del giurista blogger Giovanni Cardona sul tema della giustizia umana

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Dove cercare le conseguenze della legge?

Dove trovare i segni che la giustizia lascia sull’animo dei condannati?

Leonardo Sciascia li cerca e li trova nelle parole “graffite” sul muro delle celle del Palazzo Chiaramente di Palermo, sede del Sant’Uffizio dal 1605 al 1792: sono queste grida di dolore e di rassegnazione, di ansia e di disperazione, sono questi “palinsesti del carcere” che aprono Morte dell’inquisitore e lo rendono un ideale “palinsesto della giustizia”.

E’ una intuizione che sta ad indicare quanto lo sforzo continuo dell’uomo di dare un senso al mondo a misura della propria vita si risolva, in fondo, solo in un segno impresso sulla pietra.

Cosa rimane?

La definitività della legge, come nel codice di Hammurabi, o la definitività della sofferenza, come nei graffiti del carcere?

Queste continue domande, per quanto sottintese, rendono Morte dell’inquisitore un caso esemplare di quel modo assolutamente tipico con cui Sciascia ricerca e, insieme, racconta, prende il frammento di una vita per interrogarci sulla vita.

Morte dell’inquisitore è una storia nel senso greco di historia, di resoconto di un fatto qualunque, e infatti i Greci non conoscono la Storia al singolare, quella tanto cara ad Hegel che è calata nel tempo con un inizio e con una fine, ma le Storie al plurale che sono senza tempo, girano a vuoto su se stesse, come Odisseo sempre in navigazione verso la sua Itaca: una tradizione di ordine (il cosmos), di proporzione, di armonia, di tautologia tra causa ed effetto (il ciclo di Edipo) una tradizione di simmetria e di cerchi che si chiudono, di ritorno alle origini.

Morte dell’inquisitore è una delle tante storie, ma non è un racconto nel senso moderno che, come ci suggerisce Kipling, “è vero solo per il tempo che impieghiamo a raccontarlo”.

No, sotto questo punto di vista, non è una storia, ma la storia: un dramma che si ripete, che forse si ripeterà ancora, come quello di Edipo, come quello di Odisseo.

E che cosa si ripete? Troviamo la risposta nel lamento di fra Diego La Matina da Racalmuto, “bestemmiatore ereticale… superstizioso, malefico, temerario, empio, sacrilego, svergognato” e infine assassino del sommo Inquisitore a cui spacca la testa con le catene, durante un interrogatorio: Dio è ingiusto.

Ha un senso la giustizia umana, se è Dio stesso ad essere ingiusto?

Poteva Dio essere giusto e nello stesso tempo consentire l’ingiustizia dell‘uomo?

E‘ questo il dramma che si ripete e che forse si ripeterà ancora: non poter più trovare una ragione alle cose del mondo.

La tragedia greca nasce proprio quando l‘uomo incomincia a capire di essere migliore dei suoi dei.

Quando il dubbio di Euripide “non bisogna credere agli dei, se l’ingiustizia deve averla vinta sulla giustizia…“ (Elettra.vv. 583 ss.), sembra condannare definitivamente ad un destino terreno, in cui non vi sia più l’illusione di un oltre a cui aggrapparsi.

La ricerca della teodicea è, in fondo, il totale onere della prova in rapporto al proprio poter essere; giustifichiamo Dio per giustificare la nostra vita, per continuare a sperare che tutto quello che avviene, e il dolore in primo luogo, abbiano un senso, servano a qualcosa.

La teodicea scandisce, in ogni epoca storica, il modo in cui l’uomo si gratifica di un‘immagine e di un destino, segnando una linea di confine tra ciò che gli appartiene e ciò che gli è estraneo.

Separare il bene dal male significa, per l‘uomo, appropriarsi della realtà e diventare interprete di se stesso, proponendosi, per quanto sia inevitabilmente soggetto al mondo, come il soggetto del mondo: un’entità capace di rappresentare se stesso e la propria scena.

Non è un caso se la tragedia nasce, in Grecia, assieme alla filosofia.

Entrambe esprimono il bisogno di mettere in scena l‘uomo, di renderlo uno zoon polithikon, un animale che costruisce il proprio spazio, la propria polis.

Costruire uno spazio, elevare una scena, non significa accumulare oggetti, ma scoprire l’ordine definitivo e decisivo delle cose, l’ipoteca metafisica che sorregge la fisica del mondo.

E’ possibile evitare che il caso (la tyche) rimetta sempre in discussione l’ordine?

E se non riusciamo ad evitare questo dominio della fatalità, possiamo ancora credere all’esistenza dell‘ordine?

L’ordine o è definitivo o non è ordine.

Calare in terra il cosmo, fare della terra un cosmo, una cosmopolis, senza vuoti, senza fratture, senza dubbi, come vorrebbero gli stoici, non è possibile.

Cosa ci hanno lasciato i Romani che di questo progetto, con cui culmina e finisce l’antichità, sono gli interpreti storici?

L’impero.

Un’ansia di sfuggire ai confini, di sottrarsi alla fisica per inseguire una metafisica terrena, che diventa solo sete di dominio.

Non è un caso se gli architetti di Augusto hanno inventato il castrum, la città fortificata, e hanno progettato di farne il modello ideale di una “città permanente“.

La Yourcenar forse falsifica storia e sentimenti, ma ci pone di fronte, con le Memorie di Adriano, proprio al momento in cui quest’ansia d’infinito si infrange, assieme a tutta la costruzione teorica che la sorreggeva, contro il bisogno di costruire confini.

E’ l’inizio di una nuova storia, dove si chiude lo spazio terreno, e si apre lo spazio ideale per una nuova metafisica.

È dimostrato che si può sopravvivere tre giorni senza acqua, due mesi senza cibo e tutta la vita senza giustizia.” (Jan Sobotka)

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