Image Image Image Image Image Image Image Image Image Image
ULTIMA ORA
Torna su

Torna su

Nessun Commento

Credenze e superstizioni popolari Continua il viaggio del nostro Vittorio Savoia alla scoperta delle tradizioni calabre

Credenze e superstizioni popolari Continua il viaggio del nostro Vittorio Savoia alla scoperta delle tradizioni calabre
Testo-
Testo+
Commenta
Stampa

Ogni comunità, da sempre, ha avuto un patrimonio di tradizioni, che con l’andare del tempo si è modificato in tutto o in parte. In questo patrimonio, che rappresenta la cultura della comunità o delle comunità, hanno un posto importante le “Le credenze e le superstizioni popolari”, le quali hanno caratterizzato tanta parte della cultura delle popolazioni meridionali ed in particolare calabresi. Oggi sembrano essere, quasi, scomparse, poche sono le fonti scritte su questo argomento; è una materia che è stata molto trascurata se si eccettuano gli studi del prof. L.M. Lombardi Satriani, dei suoi seguaci e del sociologo Pietro Smorto. E poiché ha un fascino struggente il guardarsi indietro, descriviamo alcune di queste credenze. Nelle zone di Delianuova, Santa Cristina, Scido e tutti i paesi della fascia aspromontana, contro il malocchio, l’invidia e la fattura, si usava appendere davanti alla porta di casa o nel proprio autoveicolo da lavoro una “grattarola” (grattugia) legata con un nastro rosso. La grattarola simboleggia un legamento contro l’invidia. I nostri avi avevano il convincimento che l’attraversamento della strada di un gatto nero portava male, sia che aveva luogo al mattino prima di iniziare il lavoro, sia la sera quando si ritornava dal lavoro. Altra credenza diffusa in tutto il meridione d’Italia era: “Cu mmazza cani e gatti / la malasorti lu cumbatti, / e i stu mundu mai si parti”. Era uso dire che chiunque ammazza un gatto va per sette anni girovago per così pagare i 7 spiriti, che ha il gatto. Nessuna donna poteva pettinarsi di notte essendo questo di male augurio. Nella zona di Cetraro si credeva che quando cantava la gallina, era un avviso della morte del capo di casa o di altra sciagura della famiglia, e per questo veniva immediatamente uccisa e mangiata. Il canto della civetta e del gufo era di cattivo augurio, non tanto dove cantava, o meglio era posato, per esempio sul tetto di una casa, ma dove guardava mentre cantava, infatti si pensava che la sua permanenza in un luogo portava fortuna, mentre il suo sguardo fugace portava sfortuna. “Viatu duvi scorpise,/ Amaru duvi divise.”. A Laureana e nei centri vicini si crede che, guardando in una giara piena di olio, si eviti il male che suol cagionare il sole nel mese di marzo, standovi esposti, e perciò si dice: “E’ megghiu to mamma mu ti ciangi, / ca lu suli di marzu mu ti tingi”. Nella zona di Zambrone, quando suona la Gloria, il Sabato Santo, la madri ballonzolano i bambini, dicendo: “Gloria sonandu e Maria (secondo il nome della bambina) criscendu”; mentre a San Giorgio Morgeto, quando suona la Gloria il Sabato Santo, si tiene in mano una gallina perché faccia molte uova. A Dasà si mette una gallina sopra una sedia affinché sia una buona chioccia, dicendo: “ Cuva, cuva pe’ amuri di Ddiu”. A San Costantino vi era la credenza che chi tagliava con le forbici i baffi ad una gatta, le s’impediva di prendere topi. Con i baffi integri la gatta aveva invece “Sette spiriti” ed era immune da ogni pericolo, e cadendo da un enorme altezza non sarebbe morta; onde, vedendo cadere una gatta dall’alto di una casa, si diceva: “Chista non mori cà avi i setti spiriti”. I contadini, della zona di Portosalvo di Vibo Valentia, credevano che quei lividi che talvolta appaiono sulla carne erano “pizzicati dai morti”, cioè prodotti dagli spiriti dei defunti comparsi in sogno. Vi soni alcune superstizioni che ancora vivono in alcune comunità calabresi, come: Il pane sul tavolo non si deve mettere sottosopra, perché esso ha due facce, quella superiore è di Dio e quella inferiore del diavolo; perciò si dice che questa stando sul suolo del forno si brucia, mentre l’altra si colora di un biondo roseo. Quando si avverte un certo tremolio nell’occhio destro, ci aspetta una buona notizia a breve, quando invece il tremolio si manifesta in quello sinistro ci vorrà molto tempo. Il prurito all’orecchio destro indica che qualcuno sta sparlando, mentre quello all’orecchio sinistro è rivelatore di lode. L’olio ed il sale che cadono inavvertitamente portano male, mentre il vino che si rovescia è segno di allegria. “Di vennari e di marti non si spusa e non si parti, né si da principiu all’arti” ed ancora “Chi spusa di marti, prestu si sparti” Se la fede nuziale viene persa, per evitare che l’infelicità piombi sulla coppia, va riacquistata immediatamente un’altra vera che dovrà essere infilata all’anulare del partner, come durante il rito nuziale. Il ferro di cavallo è un segno di fortuna e chi dovesse trovarne uno lo deve appendere in casa. E’ buon segno se un grillo salta addosso e se una lucertola si introduce in casa. E’ presagio di sventura aprire l’ombrello in casa. Per scacciare ogni cattivo augurio, quando un corteo funebre passa davanti alla casa di un ammalato, costui deve essere sollevato nel letto e messo a sedere. Il giorno della festa dell’Epifania si debbono mangiare maccheroni, perché non si vegga il diavolo al punto della morte; l’adagio ammonisce: “Cui non mangia maccarruni di la ‘Pifanìa / vidi lu diavulu a la ‘gonia”. Porta male scendere dalla parte sinistra del letto, in quanto ritenuta la parte di Satana. Nella vicina Sicilia si dice che se tre persone rifanno un letto insieme, quella più giovane d’età muore. I pescatori dello Stretto di Messina hanno dentro di loro una saggezza e un’esperienza particolare, secondo loro, quando per esempio, “a luna e u suli si sciarrianu” (si bisticciano – sono in eclissi) non è consigliabile prendere il mare; né bisogna prenderlo durante il primo e il secondo giorno del plenilunio, il terzo, merita invece ogni attenzione. La luna occupa un posto importante nella cultura nautica dei pescatori. Se la luna si trova, nella prima fase, con la gobba in giù, cioè assume una forma di una barca, allora il tempo sarà piovoso, vi è un detto che dice: “luna a barca, luna r’acqua”. Mentre se la luna ha la gobba nel senso contrario sarà un buon tempo. Così se la “luna è a dritta, marinaru curcatu”, se invece, “la luna è curcata, marinaru a dritta”, quindi il pescatore si deve comportare come l’esatto contrario della posizione della luna: quando la linea è dritta , il pescatore può benissimo riposarsi, perché il tempo sarà cattivo, andrà, invece, a pescare quando è curcata. Se volete evitare la calvizie, tagliate i capelli durante la luna nuova. Un capello sulla spalla preannuncia l’arrivo di una lettera. Al sole vanno le speranze dei poveri: “Nesci, nesci, suli suli / pe’ lu santu Sarvaturi, / pe’ la luna, pe’ li stiddhi, / ‘e’ li poviri picciriddhi / chi non’hannu da manigari / nesci suli pe’ caddiari!”. Molto significativa è la filastrocca che un ignoto bambino palmese canta al Signore. “ Signuruzzu, faciti bon tempu / ca’ me’ patri è supra mari / e mi porta li scarpi d’argentu / Signuruzzu, faciti bon tempu!”. Concludiamo questo elenco di superstrizioni con una vecchia credenza che si usava nella Piana di Gioia Tauro. La mattina, al sorgere del sole o la sera al tramonto, si soleva “spummicari” il malocchio: si prendeva un piatto e lo si riempiva di acqua, poi si poneva il piatto sopra la testa dell’adocchiato, quindi la magara faceva il segno della croce sul piatto e si recitava ad alta voce il Credo. Poi, con il dito mignolo, intinto in un cucchiaio contenente olio di oliva, faceva cadere nel piatto una goccia di olio. Se quest’ultima si allargava voleva dire che la persona era adocchiata, se, invece, non si dilatava, “L’occhiu non c’è”. Durante questo rituale si usava ripetere, con voce sommessa, l’orazione: Santa Rosalia tri funtani avia / tri zitelli ianu all’acqua / nci battiu nostru Signuri / e ci dissi Rosalia chi hai? Sugnu amareggiata di lu malocchiu. Pigghia tri fili di parma, tri d’incensu / e tri fogghi di liva, mettili accantu / o Patri, o Figghiolu e u Spiritu Santu: / Nesci malocchiu e trasi bonocchiu”. Se il malocchio doveva persistere il rituale si ripeteva per altri tre volte.

Partecipa alla discussione