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Ricerca e dissesto idrogeologico Considerazioni di Pino Romeo sulla tematica

Ricerca e dissesto idrogeologico Considerazioni di Pino Romeo sulla tematica
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Viene in mente una curiosa assonanza tra la fuga dei ricercatori italiani in altri paesi, e il dissesto idrogeologico che governa bene il territorio calabro. Entrambi sono figli della stessa visione niente affatto lungimirante, dove tutto finisce per convergere le disillusioni dentro un unico vortice, lasciando ben poco all’immaginazione.

Per essere più precisi, mentre scelleratamente campiamo ancora di rendita delle scoperte di Enrico Fermi e manteniamo agonizzante la ricerca in Italia, dal cilindro dell’ex presidente Renzi spuntava qualche tempo fa l’orrendo “Human Technopole”, un dubbio centro di ricerca che si concretizza in un fritto misto su sicurezza alimentare, qualità della vita e ambiente, la cui gestione è da affidare (senza gara alcuna…) ad una fondazione di diritto privato, l’Istituto italiano di Tecnologia (Iit) di Genova.

Per intenderci, mentre non si ha neanche idea degli investimenti per la ricerca scientifica e tecnologica nel 2017, un ente di diritto privato vedrà garantiti 150 milioni di euro all’anno per un numero indefinito di anni
Tutto ciò mentre l’Italia nel 2015 ha investito in ricerca un misero 1,27% del suo Prodotto Interno Lordo.
Inezie, a significare che l’Italia è destinata ad una sicura desertificazione tecnologica e scientifica.
E’ lo stesso meccanismo disgregatore e strafottente al quale è consegnato il territorio italiano e calabrese in particolare.

Nonostante il politichese “Patto per il Sud” preveda investimenti imponenti (quasi 451 milioni di euro) nel campo della mitigazione del rischio idrogeologico in Calabria, la situazione è talmente narcotizzata da una politica per il territorio evanescente, che la stessa introduzione del termine “mitigazione” del rischio idrogeologico, è l’esatta negazione di qualsiasi politica di prevenzione.

Il dissesto idrogeologico in Calabria è figlio storicamente accertato e conclamato di un rimpallo di responsabilità politiche e istituzionali che dura, se vogliamo mettere una data, dall’entrata in vigore della Legge Urbanistica Nazionale del 1942, e da allora è semplicemente funzionale ad ingrossare il fiume dello spreco di denaro pubblico, che a sua volta produce gli effetti collaterali in termini di danni devastanti al territorio e perdita di vite, a cui siamo tutti oramai abituati.

Chiunque abbia conseguito incarichi di governo in Calabria, ha sempre evitato di caricarsi le responsabilità peculiari di chi gestisce la cosa pubblica, e ciò è il risultato di una preciso e semplicissimo ragionamento a cui – obtorto collo – si preferisce sottostare: la prevenzione del territorio non porta voti e consenso alla politica.
Motivo (validissimo per i propri tornaconti) per cui si preferisce lasciar correre, trasferendo qualsiasi atto “sine die”, a successivi aleatori interventi di ricostruzione.

Si preferisce insomma attendere il vilipendio del territorio e delle vite umane pur di conservare il controllo e la gestione del potere, inventando dei meccanismi autoreferenziali, chiaro segnale di debolezza delle istituzioni centrali e periferiche, con cui si preferisce operare ex post, a danno accaduto, come se ciò possa risolvere decenni di buio pesto, di assenza di pianificazione urbanistica a qualsiasi livello e di pochezza culturale ed etica, durante i quali nulla si è voluto fare, se non alimentare ipocritamente e ciclicamente l’illusione di una “messa in sicurezza del territorio calabrese”.

Nel momento di massima confusione e abbandono istituzionale, si riusciva perfino ad affidare ad un chimico, Maurizio Croce, non solo la carica di Assessore all’Ambiente per la Regione Sicilia, ma anche il Commissariamento ad acta per la mitigazione del rischio idrogeologico di tre regioni insieme, Puglia, Sicilia e Calabria. Si andavano compiendo due operazioni di plateale arroganza: rendere ingestibile il suo Ufficio di Commissario a seguito di una simile concentrazione di cariche in palese conflitto di interessi, e mortificare i diritti inalienabili e supremi di cui dovrebbe godere una comunità ed un territorio. C’è ben poco da aggiungere.

L’ultimo treno, quasi completamente fuori dai binari, utile per rimettere in sesto ciò che resta del mai considerato “sfasciume pendulo” calabrese, è rappresentato appunto dal “Patto per la Calabria”. Esso dovrà necessariamente servire a chiudere un libro degli orrori, ne va della stessa sopravvivenza strutturale dell’organismo-territorio, e sarà vitale da subito spianargli la strada adottando modelli di governo del territorio mutuato da esigenze oramai non più tollerabili.

La scia da seguire è senza dubbio quella positivamente introdotta dal governatore della Toscana Enrico Rossi, che ha deciso di bloccare per sempre il “consumo del suolo”, rendendo non più edificabile il territorio a rischio idrogeologico, e predisponendo al contempo, un Piano Paesaggistico che fissi definitivamente le “invarianti strutturali” da sottoporre a tutela. Bisogna che la politica calabrese trasformi da subito il marketing aziendale di cui è maestra, in una inequivocabile operazione culturale dalla quale non potrà più tornare indietro. C’è la voglia di farlo?

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